La cena è pronta da venti minuti, ma vostro figlio ventiquattrenne è ancora nella sua stanza, occhi incollati allo schermo dello smartphone. Non è un adolescente ribelle, ha un lavoro part-time e dovrebbe essere un adulto responsabile. Eppure ogni sera si ripete la stessa scena: richiami ignorati, porte chiuse, vita familiare che scorre senza la sua presenza. Quando i giovani adulti sviluppano una dipendenza da dispositivi digitali, l’equilibrio familiare si spezza in modo diverso rispetto all’infanzia, perché non si tratta più di imporre regole a bambini, ma di dialogare con persone che sulla carta dovrebbero essere autonome.
Quando lo schermo sostituisce la vita reale
La situazione si complica quando vostro figlio o vostra figlia ha superato la maggiore età ma continua a vivere sotto il vostro tetto. Non potete semplicemente confiscare il telefono come fareste con un tredicenne, né è sano trattare un adulto come un bambino. Eppure le conseguenze dell’uso eccessivo di tecnologia sono tangibili: pasti saltati, sonno irregolare, impegni dimenticati, conversazioni ridotte al minimo indispensabile. Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca del 2022, il 34% dei giovani adulti italiani tra i 20 e i 28 anni trascorre più di sei ore al giorno davanti a schermi non lavorativi, con evidenti ripercussioni sulle relazioni interpersonali.
Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’incapacità di stabilire confini sani. Molti giovani adulti utilizzano videogiochi e social media come rifugio da ansie, insicurezze o dalla pressione di dover “diventare adulti” in un mercato del lavoro difficile. Dietro quello schermo luminoso c’è spesso una fatica emotiva che non trova altre vie di espressione.
Il dialogo che non funziona più
Avete provato a parlarne decine di volte. Le reazioni sono sempre le stesse: difese alzate, giustificazioni, promesse non mantenute. “È il mio modo di rilassarmi”, “Tutti i miei amici fanno così”, “Non capisci, è importante per me”. Frasi che avete imparato a memoria, mentre la distanza emotiva si allarga. La psicologa Francesca Mastrantonio, esperta in dinamiche familiari, sottolinea come i giovani adulti vivano una fase di transizione prolungata in cui le dipendenze comportamentali trovano terreno fertile proprio nell’incertezza identitaria.
Il rischio maggiore è cadere in due estremi opposti: l’autoritarismo rigido che genera conflitti aperti, o la rassegnazione totale che trasforma i genitori in coinquilini silenziosi dei propri figli. Nessuna delle due strade porta a risultati duraturi. Serve invece un approccio strategico che riconosca la complessità della situazione senza minimizzarla.
Strategie concrete per ricostruire la connessione
La soluzione parte dal riconoscere che state affrontando un problema di salute mentale e relazionale, non semplicemente un capriccio. L’American Psychological Association ha classificato il disturbo da gioco online tra le condizioni che richiedono ulteriore studio clinico, riconoscendo la gravità del fenomeno. Questo significa che serve la stessa serietà con cui affrontereste qualsiasi altra difficoltà di salute.
Prima mossa: create occasioni di presenza obbligata non conflittuale. Non si tratta di imporre cene formali dove la tensione si taglia col coltello, ma di trovare attività che richiedano naturalmente la partecipazione. Un genitore di Torino ha risolto coinvolgendo il figlio ventiseienne nella ristrutturazione del garage: compito pratico, tempo insieme, conversazioni nate spontaneamente mentre si lavora fianco a fianco.
Seconda strategia: parlate di voi, non di loro. Invece di attaccare con “Passi troppo tempo al telefono”, provate con “Mi sento solo quando ceniamo in silenzio, mi manca il nostro rapporto”. È un cambio di prospettiva che abbassa le difese e apre spazi di ascolto. Lo psichiatra Paolo Crepet lo definisce “l’approccio della vulnerabilità condivisa”, efficace proprio perché non giudica ma condivide.

Responsabilità e conseguenze naturali
Se vostro figlio adulto vive ancora con voi, ha comunque responsabilità verso la comunità familiare. Non è crudeltà pretendere che contribuisca alle spese se lavora, o che partecipi alle attività domestiche. Anzi, è un passaggio necessario verso l’autonomia vera. Il problema nasce quando la dipendenza digitale impedisce di rispettare questi impegni: turni di pulizia ignorati, bollette non pagate, promesse evaporate.
Qui serve stabilire conseguenze chiare e mantenerle. Non punizioni vendicative, ma collegamenti logici tra azioni e risultati. Se il wifi di casa è a vostro nome e viene usato in modo compulsivo impedendo il funzionamento familiare, avete diritto di regolamentarne l’uso. Non è infantilizzare, è stabilire confini sani in una casa condivisa. L’educatore Giuseppe Maiolo ricorda che “i giovani adulti hanno bisogno di limiti tanto quanto i bambini, solo espressi in forme diverse”.
Quando serve aiuto esterno
Alcune situazioni superano le capacità di gestione familiare. Se notate sintomi di isolamento grave, irritabilità estrema quando viene limitato l’accesso ai dispositivi, perdita del lavoro o abbandono degli studi a causa dell’uso tecnologico, state osservando segnali che richiedono intervento specialistico. I Servizi per le Dipendenze delle ASL italiane hanno attivato negli ultimi anni ambulatori specifici per dipendenze comportamentali, proprio perché il fenomeno è in crescita.
Anche la terapia familiare può rappresentare uno strumento potente. Non perché siate “una famiglia malata”, ma perché le dinamiche relazionali si sono inceppate e serve un facilitatore esterno. Spesso emerge che l’uso eccessivo di tecnologia è sintomo di problemi più profondi: ansia sociale, depressione non diagnosticata, difficoltà di transizione verso l’età adulta.
Ricostruire richiede tempo e pazienza
Sara, madre di un ventitreenne di Padova, racconta che ci sono voluti otto mesi per vedere cambiamenti significativi. Otto mesi di cene anche in silenzio ma insieme, di piccoli accordi rispettati, di conversazioni difficili e ricadute. “Ho capito che mio figlio usava i videogiochi per non pensare alla paura di fallire nel mondo del lavoro. Una volta compreso questo, tutto è cambiato”.
Il percorso non è lineare e le ricadute fanno parte del processo. Quello che conta è mantenere la direzione: meno giudizio, più ascolto; meno controllo ossessivo, più responsabilizzazione; meno rassegnazione, più presenza attiva. I giovani adulti hanno bisogno di sentire che credete ancora in loro, anche quando faticano a crederci loro stessi.
La tecnologia non sparirà dalle nostre vite, né sarebbe realistico pretenderlo. Ma riscoprire che gli schermi sono strumenti e non sostituti delle relazioni umane è possibile, a qualsiasi età. Richiede coraggio da parte vostra nel modificare approcci che non funzionano, e coraggio da parte loro nell’affrontare le fatiche reali che si nascondono dietro quella luce blu. La famiglia può essere il luogo dove questo coraggio si impara, si pratica e si sostiene reciprocamente.
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