La barzelletta del giovane dottore cinese che umilia l’avvocato furbo ti farà ridere a crepapelle

Ridere è una faccenda seria. Lo sapevano bene già i Romani, che costruivano interi spettacoli attorno all’ironia sociale: le loro commedie prendevano di mira avari, parassiti, schiavi furbi e padroni stupidi. La comicità, nella storia, ha sempre avuto un bersaglio — e spesso quel bersaglio era chi si credeva più intelligente degli altri. Dal punto di vista neurologico, la risata si innesca quando il cervello percepisce un’incongruenza: ci aspettiamo qualcosa, arriva qualcos’altro, e il cortocircuito cognitivo si trasforma in ilarità. Non siamo soli in questo: anche i ratti, i delfini e le grandi scimmie ridono, anche se con modalità diverse. Ma solo negli esseri umani la risata diventa strumento di critica, ribaltamento del potere e vendetta poetica. Ed è proprio su quest’ultimo ingrediente che si regge la barzelletta che stai per leggere.

Il medico cinese, l’avvocato furbo e la benzina

Un giovane medico cinese appena laureato non riesce a trovare lavoro né presso gli ospedali né presso cliniche private. Decide allora di aprire un proprio studio. Per farsi pubblicità distribuisce in giro dei volantini che affermano che lui può curare qualsiasi malattia a soli 20 euro. E qualora non ne sia capace, sarà lui a dare 100 euro al paziente insoddisfatto.

Un neo avvocato, anch’egli appena laureato, legge il volantino e pensa di incastrarlo fingendo false malattie, così da guadagnarsi i 100 euro.

Si presenta dal medico e dice:

«Dottore, non riesco più a sentire i sapori. Sono disperato.»

«Non si pleoccupi, lisolviamo tutto. Infelmiela! Scaffale N. 20, fialetta numelo 5.»

Il medico rompe la fialetta e la versa sulla lingua dell’avvocato. L’avvocato strabuzza gli occhi schifato ed esclama:

«Ma questa è benzina!»

«Visto?! Lei ha liacquistato il gusto dei sapoli. Sono 20 eulo.»

L’avvocato incavolato paga, ma medita vendetta. Così, il giorno dopo si ripresenta dal dottore cinese.

«Dottore, ho perso la memoria, non mi ricordo più nulla!»

«Non si pleoccupi, lisolviamo tutto. Infelmiela, scaffale N. 20, fialetta numelo 5.»

«Ma quella è la benzina di ieri!»

«Visto?! Lei ha liacquistato la memolia. Sono 20 eulo.»

L’avvocato, infuriato, paga. Si arrovella, ne studia una più difficile e il giorno dopo torna dal dottore cinese.

«Dottore, ho perso la vista! Non vedo più niente! Mi aiuti!»

«Oh, mi spiace, ma non sono capace di lisolvele questo ploblema. Ecco a lei 100 eulo.»

Dà i soldi all’avvocato, che prendendo in mano la banconota esclama:

«Ehi… ma questi sono 20 euro!»

«Visto?! Lei ha liacquistato la vista. Sono 20 eulo.»

Perché fa ridere?

Il meccanismo comico si basa su un triplo ribaltamento: ogni volta che l’avvocato crede di aver trovato la falla nel sistema, il medico lo frega con la stessa logica circolare. Il colpo finale è il più elegante: la truffa si rivela da sola nel momento in cui il truffatore la smonta. L’avvocato — simbolo per eccellenza dell’arguzia e della parola come arma — viene battuto sul suo stesso campo da chi parla a malapena la sua lingua. È la vittoria dell’ingegno sull’arroganza, servita fredda e con il sorriso.

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